ungiornounastoria

Ogni giorno, una storia. Una storia al giorno. Come le mele.

Un modo di ripartire…

Sembra che sia la pigrizia il peggior nemico di un blog come questo. Sembra, oppure è il tag “ritardo”. Oppure, è la pura verità della vita: la nostra non è altro che una lotta contro il tempo.
Cosa mi spinge, dunque, a far ripartire il blog, in un giorno qualunque? La filosofia? L’aver capito qualcosa di cruciale? Il bisogno impellente di dar sfogo alla voce interiore della mia scrittura?
L’occasione di provare ad aggiornare da un’applicazione per cellulare ipertecnologico.
E scusate se è poco.

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Tu sai cosa davvero fa la differenza

Non so se sia la ripartenza, ma In ogni caso è vietato starsene con le mani in mano, perciò ecco un utilissimo sostegno che ci viene nientemeno che da Bukowski.

Un giorno mi prenderò la briga di tirar fuori un po’ di testi originali, per verificare cosa pubblicano tutti questi siti di cose creative, e magari vedere qualcuno di questi testi “in contesto”.

Per oggi ci accontentiamo della segnalazione, e del fumetto (entrambe vengono da zenpencils, che vi avevo già segnalato qui), anche se l’enorme capacità evocativa del testo lo rende quasi deludente…

A voi il link: http://www.brainpickings.org/index.php/2013/10/04/charles-bukowski-air-and-light-and-time-and-space/

Chi crea lo fa anche dopo 16 ore di miniera, o con 3 bambini e la cassa integrazione…

Aria, luce, spazio, tempo non fanno che offrire una vita più lunga in cui trovare nuove scuse per creare.

(C. Bukowski)

Nuove scuse per creare, non per rimandare.

Potrete chiamarlo, a buon diritto, un esaltato, ma sono i grandi slanci che fanno gli eroi, e io non nego di avere un debole per loro

Sono le otto. Alcuni sono in anticipo, per altri è già tardi. I bottegai si affrettano a preparare le loro merci e masserizie, prima che la città si svegli nel giorno di mercato. Gli scolari che arrivano ora sono solo i primi, i più diligenti, quelli che di imparare non vedono l’ora. E’ ormai tempo di rincasare per ladri e furfanti, al termine di una lunga nottata. I vagabondi, svegli fin dalle prime luci dell’alba, ricominciano il loro peregrinare.

Un giovane percorre le strade che si popolano a poco a poco, cammina senza meta, senza riposo. Le sue vesti, ricche ma scomposte, gli cascano addosso pesanti, eccessive, innaturali. Non vorrebbe strapparsele di dosso, ma solo lasciarle cadere. Lasciarsele cadere di dosso.

Guardate gli uccelli del cielo: non mietono ma nemmeno seminano. Eppure il Padre vostro non si dimentica di loro. Si dimenticherà forse di voi? Non lo farà Francesco, e lo sai. Ora devi solo fidarti un po’ di più.

Guarda quegli ultimi, guarda il loro dolore.

“Mi hai dato quello che io non ti avevo chiesto, e anche di più. Hai dato forma ai miei bisogni, alle mie aspettative, alla mia vita intera. Mi hai dato un’armatura, ed era più pesante di queste preziose stoffe. Non sapevo portarla. Non sapevo che farne. Non sapevo cosa io fossi, ma riconoscevo cosa di certo non ero. E poi ho lasciato andare, semplicemente, ho lasciato cadere tutto quello che era di troppo, tutto ciò che non sapevo tenere. L’immagine che mi avevi costruito, e che io avevo imparato a chiamare Francesco. Come me. Quasi come me. Ora ti mostro quello che sono, così come sono. Nudo come al mondo venni, grazie a te ma non per compiacerti. Non sono cambiato: sono sempre io, ancora io, io con le mie intemperanze, con tutto ciò che non ti è riuscito di cambiare o nascondere. Io con i miei sogni, io innamorato di qualcosa che tu non comprendi.

Oggi tutto il resto lo lascio andare. La tua armatura, le tue vesti, il tuo buon nome. Solo il nome di Francesco mi rimane. Per ogni altra cosa, mi devo fidare. Per ogni altra cosa, mi voglio fidare: come gli ultimi, non meno degli ultimi.”

 

(Un grazie a D.M. per la prospettiva)

Vi devo deludere: questo post non è ancora la vera ripartenza, ma ci tenevo a non lasciar passare questa data cruciale.

Datemi il tempo di riorganizzare il ritmo, di mettermi in condizione di non lasciare buchi, di coordinarmi con il mio editor. Insomma, di ricominciare. Senza pretese, solo perché ci fa bene raccontare.

Ci leggiamo il 4 ottobre

I più svegli fra voi si saranno forse accorti che il blog langue, e che sono ben lontana dalla cadenza giornaliera che mi sono prefissata aprendo il blog.

Il fatto è che sto scrivendo talmente poco che ho dimenticato la password…

Di storie interessanti ce ne sarebbero, prima fra tutte quella del mio caffè d’orzo con un bel po’ di deposito, ovvero del perché è sempre bene mettere le etichette ai barattoli (ma insomma, provare un buon caffè turco non è stato poi così male…)

Cose ridicole e scuse improbabili a parte, la mia pausa di riflessione durerà fino al 4 ottobre. Sono certa che i più svegli tra voi sapranno indovinare con che storia, quel giorno.

Intanto, buon settembre a tutti noi.

Una dietro l’altra…

Caspiterina! Come dicono in Veneto: il sole mangia le ore!

E sembra proprio che io sia in arretrato di ben 4 storie negli ultimi giorni. E allora eccole, una dietro l’altra, come le ciliegie.

1) La storia di domenica 1 settembre: Rilettura e cucina dei carciofi

2) La storia di lunedì 2, e questa è la migliore: “Lettera all’anonimo autore di questa lettera lasciata sulla mia macchina

“La lettera che hai lasciato sulla mia macchina”

 

3) La storia di martedì 3… Missione Natura su Mangialibri.

 

4) E infine la storia di oggi: Sara e Tobia, anche se mi spiace non raccontarla direttamente.

 

Visto che ho trattato direttamente solo il 50% di questi testi, direi che pago pegno con una scusa.

La scusa è che a casa, in questi giorni, aspettiamo i pittori (ovvero gli imbianchini, per i non veneti). Il pittore doveva venire tre giorni fa. Circola voce che sia arrivato, che abbia predisposto il lavoro, ma che dopo aver messo piede in camera mia una forza misteriosa l’abbia risucchiato tra uno scatolone, le clave da giocoleria e un cumulo di vecchi rotoli di carta igienica tenuti da parte per le letture animate. Da allora se ne è persa traccia. Le ricerche proseguono frenetiche.

 

(Abbiamo toccato un record: questo post viene pubblicato in ben 5 categorie – e con il set di tag più incoerente della storia)

La ragione aveva torto

La storia di oggi è la storia di ieri. E’ sempre la stessa storia.

E’ la storia del “Te l’avevo detto”.

Lei si chiama Cassandra. Il suo non è un “te l’avevo detto” saccente ma la disperata consapevolezza del profeta a cui nessuno crede. Sa che la distruzione arriverà e non può fare niente per fermarla. Nei suoi occhi, le fiamme di una città che brucia già, le sue parole impotenti suonano come il verso dell’uccello del malaugurio. Ma lei non augura, sa.

E poi la distruzione arriva, le donne vengono fatte schiave, i bambini scagliati giù dalle mura. Niente di strano, è la guerra, e i vinti periscono. Il cavallo ha espugnato Troia, non c’è speranza per nessuno.

Arriva la distruzione, arriva la punizione, se questa frustrazione non è un annientamento sufficiente. Vittima dell’atroce gelosia di un’altra donna. I profeti vedono anche la propria fine.

E non c’è niente che si possa fare.

Tra le altre, vi consiglio la Casssandra dell’Agamennone di Eschilo, e delle Troiane di Euripide.

E poi godetevi questa con la voce Elisabetta Pozzi: attuale quanto fedele nello spirito. Il titolo del post non è mio ma viene da lì.

Domani sarai un cavaliere, oggi…

Un giovane un giorno decise: voleva diventare un cavaliere. Armato solo delle migliori intenzioni, e di buone gambe per andare dove il suo signore, dove il cuore, dove il servizio l’avessero portato.

Armato di poco, giovane e sbarbato, con più domande che risposte per la testa.

Per divenire un cavaliere, bisognava vegliare una notte intera. Sotto le stelle, sotto lo sguardo di un dio, e di fronte a se stessi.

La chiamavano veglia d’armi. Non meno importante della stessa investitura.

 

Saprai essere un uomo d’onore? Sì.

Offrirai il tuo servizio ad ogni creatura che ne mostrerà il bisogno? Sì.

Rispetterai la legge dei cavalieri? Sì.

 

Giovane che sogni, domani sarai un cavaliere, oggi veglia. Veglia.

 

Una panchina, un giardino, un telefonino

Nella città, c’era un ospedale. Quell’ospedale aveva un giardino. Nel giardino c’era una panchina. Sopra la panchina c’era, o stava per esserci, una ragazza. La ragazza aveva un telefonino, il telefonino squillava.

Nella città c’era un ospedale. Nell’ospedale c’era un giardino. Nel giardino c’era un uomo. L’uomo srotolava un tappeto.

Nella città c’era un telefonino. Il telefonino squillava. La ragazza si sedeva sulla panchina, ma non rispondeva. Aveva visto un uomo, con un tappeto, senza le scarpe, nel giardino. L’uomo piegava le ginocchia. Lei non rispondeva al telefonino.

Lui, debolmente cantando, nel silenzio pregava.

Se devi scusarti, fallo in maniera creativa

Non è che non trovo il tempo o la voglia, no.

No, è che oggi ha piovuto talmente tanto che la casa ha cominciato a galleggiare. Ci siamo trovati sull’argine, aggrappati al ponte, per trattenere la casa fuori dal fiume. Alla fine del temporale abbiamo remato fino al solito posto.

Ho appena finito di cacciare di casa le nutrie.

Ho appena spiegato alle nutrie che non possono scrivere loro al posto mio, perché sono umide e unte. La nutria vanta un efficace repertorio di espressioni di disappunto.

 

Gogol lo disse: “Il passato è una ferita aperta”

Un vecchio attore, un teatro vuoto, un suggeritore che è spalla e pubblico, rimpianti, Shakespeare. Molto Shakespeare.

Il canto del cigno di Kenneth Branagh.

La seconda parte è qui.