ungiornounastoria

Ogni giorno, una storia. Una storia al giorno. Come le mele.

Categoria: Personaggi

Potrete chiamarlo, a buon diritto, un esaltato, ma sono i grandi slanci che fanno gli eroi, e io non nego di avere un debole per loro

Sono le otto. Alcuni sono in anticipo, per altri è già tardi. I bottegai si affrettano a preparare le loro merci e masserizie, prima che la città si svegli nel giorno di mercato. Gli scolari che arrivano ora sono solo i primi, i più diligenti, quelli che di imparare non vedono l’ora. E’ ormai tempo di rincasare per ladri e furfanti, al termine di una lunga nottata. I vagabondi, svegli fin dalle prime luci dell’alba, ricominciano il loro peregrinare.

Un giovane percorre le strade che si popolano a poco a poco, cammina senza meta, senza riposo. Le sue vesti, ricche ma scomposte, gli cascano addosso pesanti, eccessive, innaturali. Non vorrebbe strapparsele di dosso, ma solo lasciarle cadere. Lasciarsele cadere di dosso.

Guardate gli uccelli del cielo: non mietono ma nemmeno seminano. Eppure il Padre vostro non si dimentica di loro. Si dimenticherà forse di voi? Non lo farà Francesco, e lo sai. Ora devi solo fidarti un po’ di più.

Guarda quegli ultimi, guarda il loro dolore.

“Mi hai dato quello che io non ti avevo chiesto, e anche di più. Hai dato forma ai miei bisogni, alle mie aspettative, alla mia vita intera. Mi hai dato un’armatura, ed era più pesante di queste preziose stoffe. Non sapevo portarla. Non sapevo che farne. Non sapevo cosa io fossi, ma riconoscevo cosa di certo non ero. E poi ho lasciato andare, semplicemente, ho lasciato cadere tutto quello che era di troppo, tutto ciò che non sapevo tenere. L’immagine che mi avevi costruito, e che io avevo imparato a chiamare Francesco. Come me. Quasi come me. Ora ti mostro quello che sono, così come sono. Nudo come al mondo venni, grazie a te ma non per compiacerti. Non sono cambiato: sono sempre io, ancora io, io con le mie intemperanze, con tutto ciò che non ti è riuscito di cambiare o nascondere. Io con i miei sogni, io innamorato di qualcosa che tu non comprendi.

Oggi tutto il resto lo lascio andare. La tua armatura, le tue vesti, il tuo buon nome. Solo il nome di Francesco mi rimane. Per ogni altra cosa, mi devo fidare. Per ogni altra cosa, mi voglio fidare: come gli ultimi, non meno degli ultimi.”

 

(Un grazie a D.M. per la prospettiva)

Vi devo deludere: questo post non è ancora la vera ripartenza, ma ci tenevo a non lasciar passare questa data cruciale.

Datemi il tempo di riorganizzare il ritmo, di mettermi in condizione di non lasciare buchi, di coordinarmi con il mio editor. Insomma, di ricominciare. Senza pretese, solo perché ci fa bene raccontare.

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Una dietro l’altra…

Caspiterina! Come dicono in Veneto: il sole mangia le ore!

E sembra proprio che io sia in arretrato di ben 4 storie negli ultimi giorni. E allora eccole, una dietro l’altra, come le ciliegie.

1) La storia di domenica 1 settembre: Rilettura e cucina dei carciofi

2) La storia di lunedì 2, e questa è la migliore: “Lettera all’anonimo autore di questa lettera lasciata sulla mia macchina

“La lettera che hai lasciato sulla mia macchina”

 

3) La storia di martedì 3… Missione Natura su Mangialibri.

 

4) E infine la storia di oggi: Sara e Tobia, anche se mi spiace non raccontarla direttamente.

 

Visto che ho trattato direttamente solo il 50% di questi testi, direi che pago pegno con una scusa.

La scusa è che a casa, in questi giorni, aspettiamo i pittori (ovvero gli imbianchini, per i non veneti). Il pittore doveva venire tre giorni fa. Circola voce che sia arrivato, che abbia predisposto il lavoro, ma che dopo aver messo piede in camera mia una forza misteriosa l’abbia risucchiato tra uno scatolone, le clave da giocoleria e un cumulo di vecchi rotoli di carta igienica tenuti da parte per le letture animate. Da allora se ne è persa traccia. Le ricerche proseguono frenetiche.

 

(Abbiamo toccato un record: questo post viene pubblicato in ben 5 categorie – e con il set di tag più incoerente della storia)

La ragione aveva torto

La storia di oggi è la storia di ieri. E’ sempre la stessa storia.

E’ la storia del “Te l’avevo detto”.

Lei si chiama Cassandra. Il suo non è un “te l’avevo detto” saccente ma la disperata consapevolezza del profeta a cui nessuno crede. Sa che la distruzione arriverà e non può fare niente per fermarla. Nei suoi occhi, le fiamme di una città che brucia già, le sue parole impotenti suonano come il verso dell’uccello del malaugurio. Ma lei non augura, sa.

E poi la distruzione arriva, le donne vengono fatte schiave, i bambini scagliati giù dalle mura. Niente di strano, è la guerra, e i vinti periscono. Il cavallo ha espugnato Troia, non c’è speranza per nessuno.

Arriva la distruzione, arriva la punizione, se questa frustrazione non è un annientamento sufficiente. Vittima dell’atroce gelosia di un’altra donna. I profeti vedono anche la propria fine.

E non c’è niente che si possa fare.

Tra le altre, vi consiglio la Casssandra dell’Agamennone di Eschilo, e delle Troiane di Euripide.

E poi godetevi questa con la voce Elisabetta Pozzi: attuale quanto fedele nello spirito. Il titolo del post non è mio ma viene da lì.

I ricordi sono una bella storia

“Quanto ci piaceva ballare, a me e a babbo. Mi portava sempre, alle feste, sai quante volte ce ne andavamo in questi posti, e ballavamo… E’ così che ci eravamo conosciuti. Io sapevo già ballare, a sette-otto anni, come una grande. Perché c’erano i comunisti che facevano le feste, per guadagnare un po’ di soldi, in quei saloni grandi grandi. E io sapevo ballare.

E c’era Zia, quella Piccola, che mi portava, per quello mi lasciavano andare, che ero già signorinetta. Lei non ballava, stava a guardare, ma le piaceva.

E si stava bene, erano altri tempi, si andava a ballare con babbo. Ma oggi chi mi porta? Oggi, le feste, le guardo in tv.”

 

Se potete chiedere un regalo ad una persona importante, fatele raccontare una storia, una storia di lei che non conoscete, che nemmeno immaginate.

Se volete fare un regalo ad una persona importante, la storia non chiedetela: siate pronti ed ascoltatela.

Fuori come va?

I più accorti tra i miei quattro lettori avranno notato che manca una storia all’appello… questa, quindi, è quella di ieri.

Vista l’ora, il buco che colmo oggi andrà a generarne un altro… ma è la storia della coperta troppo corta. Nel nostro caso ad essere troppo corte sono le giornate, ma va bene così.

Lo stile dell’attacco ve l’ha già fatto presentire… Ebbene sì questo è un altro post memorial-autobiografico. E adesso che avete pensato? Vi ho sentito. Ho sentito benissimo: “era meglio se non trovava il tempo neanche oggi”. Può darsi, ma ecco a voi un tuffo nella mia adolescenza pop-rock.

 

E’ il 2002 quando esce Fuori come va? di Ligabue. E’ il primo agosto quando canta alla Fiera di Cagliari. Io sono lì. Di quell’album conosco solo Tutti vogliono viaggiare in prima, il singolo che lo anticipava. Per il resto, una mia zia aveva avuto la bella idea, venuta chissà da dove, di farmi avere Buon compleanno Elvis qualche mese prima. Quel disco l’ho consumato. Quello, poi A che ora è la fine del mondo (collusione con la mia contemporanea passione per i R.E.M.) e poi, solo dopo, Fuori come va?. Erano tempi in cui i CD bisognava sceglierli bene prima di acquistarli, perché i soldi non erano tanti e la musica mai abbastanza. All’epoca, Ligabue era di sicuro un buon acquisto, concerto incluso.

Il concerto cominciava con Nato per me, di cui ricordo una videosequenza e il ripetuto “Dipende da me, dipende da te”*. Una promessa, una fede in cui credere: il concerto andò avanti magnificamente. Come dicevo, la maggiorparte delle canzoni mi era ancora sconosciuta. Cercavo di registrarle mentalmente per potere, una volta tornata a casa, cercarle e impararle. Quelle che sapevo mi mandavano fuori di testa.

Fuori come va? Luciano Ligabue, Wea 2002 (click per ascoltare)

Finito il concerto ricordo una me stessa che esagerando quanto si conviene alla beata adolescenza, saliva in macchina dicendo (urlando, in effetti, con le orecchie che ancora fischiavano), che Ligabue aveva capito esattamente cosa provavo io e che era stato straordinario e che per tutta quella gente lui era un mito. Anzi, che era un mito punto e basta.

Oggi, confessare di aver avuto una simile venerazione per Ligabue è quasi imbarazzante. Ma il punto è che ieri (non metaforicamente, proprio 24 ore fa), a sentire gli Anime in plexiglass dal vivo, mi sono resa conto che sapevo a memoria quasi tutte le canzoni, che la voce così simile a quella di Ligabue ancora mi emozionava, che alla frase “Ligabue all’Arena di Verona” la prima reazione sarebbe ancora: ok, andiamo subito. Insomma, pare che ogni tanto anche la me più disincantata lasci spazio a ciò che sopravvive (e speriamo lo faccia a lungo) di quell’altra me adolescente e innamoratissima di un cantante, delle sue canzoni, e della sensazione che ciò che avevi dentro si poteva urlare a squarciagola così perfettamente.

 

*Nemmeno il tempo di finire il post che già mi assalgono i dubbi. Era Nato per me o era Voglio volere (“io voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho… voglio deciderlo io se mi basta o se no…”) Non mi ricordo, non cambia la sostanza. Ligabue mi prometteva che la mia vita la potevo prendere in mano e farla volare a livello dei miei sogni. E io ci credevo.

Lo scrittore è uno sfigato

Ha trent’anni, si fa mantenere dai suoi e studia legge per accontentare il padre. Ha pubblicato qualcosa, ma in fin dei conti non lo conosce nessuno. Si innamora di una donna separata e madre di due bambini, che ha dieci anni più di lui.

Se non vi sembra abbastanza sfigato, gli viene la tubercolosi.

Stampa in proprio, raggiungendo tra i clienti di un albergo il record di vendite di 50 copie.

Per chi  (battendomi forte il petto recito “mea culpa, mea maxima culpa”) continuamente rimprovera ai tempi che corrono di essere i peggiori di tutti i per chi si metta in testa di lavorare nella cultura o peggio ancora di scrivere, questa era la storia edificante (come raccontata da Henning Wagenbreth qui) della vita di un tale di nome Robert Louis.

Siamo nel 1883 quando lui divenne famoso, dalla sera alla mattina, con un libro dal titolo “L’Isola del Tesoro”.

C’era una volta un ronin…

Per quattro giorni un intero villaggio ha creduto che solo lui potesse sconfiggere una fatale minaccia.

Dopo ha vinto la minaccia.

Ma il ronin ha sentito che le speranze riposte in lui erano reali. E a volte riuscire o no dipende da un tiro di dadi.

E da quanta pietà o amore riescono ad ispirare i nostri atti…

 

http://www.narrattiva.it/kagematsu

Re Mida ha le orecchie d’asino

Re Mida ha le orecchie d’asino è il titolo di un romanzo di Bianca Pitzorno. Lo rubo per parlare, appunto, di Re Mida.

Questa storia è – molto fugacemente – legata a quella dell’altroieri. Là erano i pomi delle Esperidi – d’oro – l’elemento risolutore. In questa, sono solo un cenno erudito che Ovidio si concede, un paragone prezioso per descrivere l’effetto del nuovo, sfortunatissimo potere che Re Mida ha chiesto e ottenuto.

E insomma c’è Mida, e c’è Bacco, che è un dio. Bacco gli concede un dono, insomma di esprimere un desiderio. E lui – genio – pensa di voler trasformare in oro tutto ciò che tocca. Bacco disapprova, ma ogni promessa è debito, e concede. Ovviamente Mida, passato lo stupore iniziale, rischia di morire di fame e di sete (ma non senza procurare stupore immenso alla sua corte). Come va a finire?

Che Mida pentitissimo chiede a Bacco di fare qualcosa: “Ti prego, toglimi a questo bellissimo male”. Che Bacco sia uno mite solo Ovidio (o chi per lui) poteva pensarlo, lui che nelle Baccanti fa staccare ad una madre la testa del figlio… Comunque Mida si salva.

Ma la storia non finisce così… Perché Mida, evidentemente non contento di aver fatto lo sbruffone impunemente una volta, decide di provarci una seconda.

C’è una gara tra Pan e Apollo: sarà superiore la zampogna o la cetra? La cetra, decreta il monte Tmolo e tutti approvano. Tutti tranne Mida. Che per non volere proprio mai dire una cosa a proposito, si ritrova con due belle orecchie d’asino. Molto glamour.

Ma ancora, la fine della storia non è questa. La fine della storia è l’avventura del servo, che tagliandogli i capelli le vede e sente di doverlo urlare ai quattro venti. “Re Mida ha le orecchie d’asino!” pensa, ma non dice. “Re Mida ha le orecchie d’asino!!!” pensa, e ancora si trattiene. Alla fine fa un fosso.

“RE MIDA HA LE ORECCHIE D’ASINO!!!” urla, finalmente… ma dentro al fosso, mantenendo il segreto.

Solo che se non lo urla ai quattro venti lui ci pensano le canne a farlo. Crescono sulla buca e sussurranno… “Re Mida ha le orecchie d’asino”…

 

Così, al tempo di Bacco si scavavano i fossi, oggi si aprono i blog. E qualche volta si urla ancora, meno spesso di quanto si vorrebbe.

 

Atalanta, una che corre

Oggi, non so perché mi torna in mente la storia di Atalanta, ma ve la racconto a memoria.

Atalanta. Una che correva. Generalmente nella speranza che gli uomini le rimanessero sempre alle spalle, e normalmente avendo successo. Una sicura di sé. Corre per non sposarsi, accontenta il padre e salva la faccia. Finchè non arriva l’uomo che con un trucco banale la costringe a fermarsi ogni tanto (e ad aspettarlo). Mi piace pensare che Atalanta le mele d’oro delle Esperidi gliele avrebbe messe in macedonia se non avesse voluto sposarlo. Fatto sta che la gara la perde.

Eppure, se me la devo immaginare, mi piace vederla che corre, Atalanta.

 

 

(Qualcuno ricorda fiabe simili di tradizione non classica?)

(Questa è la storia di ieri: cioè compare con la data giusta ma ha in realtà una mezza giornata di ritardo).

Tutte le Anna della mia vita

Oggi si festeggiano S. Anna e Gioacchino.

Avevo pensato di raccontare la storia di S. Anna, madre di Maria, se non per fervore religioso almeno per meriti artistici, visto che a Padova le sue storie si trovano nel ciclo di affreschi della Sala della Carità e anche in quello della Cappella degli Scrovegni. Ma onde evitare la terza storia sacra della settimana lascerò a voi il gusto di scoprire l’episodio della verga fiorita, e vi intratterrò con una molto più interessante parentesi autobiografica, così che possiate liberamente rimpiangere che non vada avanti a fare agiografia.

Dario Varotari. La presentazione della verga fiorita, Padova, Sala della Carità.

S. Anna, per me, è la santa che se ti dimentichi di festeggiarla (festeggiarti) te la ricorda la banda. Dai miei 5 ai 9 anni abbiamo abitato a Cagliari, praticamente in Piazza Yenne, per chi la conosce. Dalla mia finestra vedevo tutte le processioni della città: S. Efisio a maggio, Cancioffali a Carnevale, Carlo Felice vestito a festa per il Cagliari in serie A. E, naturalmente, la banda la mattina di S. Anna. Perché anche se era una festa decisamente meno popolare delle altre, non poteva certo essere festeggiata meno rumorosamente. Non so se la consuetudine sia ancora viva.

Anna è anche il nome di una santa non cattolica: Anne Frank. La sua foto ha inseguito tutte noi da ragazzine, e tutte noi abbiamo letto con trasporto il suo diario, incoraggiate dalle nostre maestre. Un diario di nome Kitty. Imbattibile.

Un’altra Anna della mia infanzia è Anna Dai Capelli Rossi. Fortunatamente chi voleva fare lo spiritoso con me citava più spesso Lisa Dagli Occhi Blu, e Anna Dai Capelli Rossi non sono arrivata ad odiarla. Anzi, ho potuto venerare praticamente fino ad oggi il suo “cappello sulle ventitré” come uno dei misteri del mondo musicale, insieme alla “mala” e allo “sgarro” di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno.

Però c’era un’altra Anna di canzone che non mi lasciava proprio in pace: quella struggente di Battisti. Ho odiato da subito e istintivamente il suo “Voglio Anna”, inesaudibile preghiera, monumento alla frustrazione.

Il posto di Battisti nel regno delle mie ansie l’hanno preso poi i Marlene Kuntz di 1°2°3° con “Anna sempre più tesa”, non più piagnucolato ma urlato.

Alle Anna che conosco di persona rivolgo solo un pensiero, per passare direttamente ad un’Anna del desiderio: quella che si è buttata sotto il treno (ah se i Peanuts fanno cultura!) e che io, alla mia veneranda età e non indifferente esperienza di lettura, confesso di dover ancora incontrare.

Post Scriptum

Volevo deliziarvi con una vignetta dei Peanuts, ma Keira Kneightley ha il monopolio sui risultati di ricerca di Google. Perciò non troverò mai più quella vignetta, ma soprattutto, visto che non so resistere a quell’attrice, sarò costretta a vedere il film anziché leggere Tolstoj. C’est la vie.