ungiornounastoria

Ogni giorno, una storia. Una storia al giorno. Come le mele.

Categoria: Quotidiana vita

Una dietro l’altra…

Caspiterina! Come dicono in Veneto: il sole mangia le ore!

E sembra proprio che io sia in arretrato di ben 4 storie negli ultimi giorni. E allora eccole, una dietro l’altra, come le ciliegie.

1) La storia di domenica 1 settembre: Rilettura e cucina dei carciofi

2) La storia di lunedì 2, e questa è la migliore: “Lettera all’anonimo autore di questa lettera lasciata sulla mia macchina

“La lettera che hai lasciato sulla mia macchina”

 

3) La storia di martedì 3… Missione Natura su Mangialibri.

 

4) E infine la storia di oggi: Sara e Tobia, anche se mi spiace non raccontarla direttamente.

 

Visto che ho trattato direttamente solo il 50% di questi testi, direi che pago pegno con una scusa.

La scusa è che a casa, in questi giorni, aspettiamo i pittori (ovvero gli imbianchini, per i non veneti). Il pittore doveva venire tre giorni fa. Circola voce che sia arrivato, che abbia predisposto il lavoro, ma che dopo aver messo piede in camera mia una forza misteriosa l’abbia risucchiato tra uno scatolone, le clave da giocoleria e un cumulo di vecchi rotoli di carta igienica tenuti da parte per le letture animate. Da allora se ne è persa traccia. Le ricerche proseguono frenetiche.

 

(Abbiamo toccato un record: questo post viene pubblicato in ben 5 categorie – e con il set di tag più incoerente della storia)

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Una panchina, un giardino, un telefonino

Nella città, c’era un ospedale. Quell’ospedale aveva un giardino. Nel giardino c’era una panchina. Sopra la panchina c’era, o stava per esserci, una ragazza. La ragazza aveva un telefonino, il telefonino squillava.

Nella città c’era un ospedale. Nell’ospedale c’era un giardino. Nel giardino c’era un uomo. L’uomo srotolava un tappeto.

Nella città c’era un telefonino. Il telefonino squillava. La ragazza si sedeva sulla panchina, ma non rispondeva. Aveva visto un uomo, con un tappeto, senza le scarpe, nel giardino. L’uomo piegava le ginocchia. Lei non rispondeva al telefonino.

Lui, debolmente cantando, nel silenzio pregava.

La risposta a tutti i problemi della vita: “Scottex”

(coming soon)

Ed io sono dentro ad un film

Pioggia, parecchia, e umido ovunque.

Acqua sopra e sotto… ma questa è Venezia. Venezia d’agosto, di un giorno di pioggia, improvviso come un temporale. E il freddo si sente: sotto la magliettina troppo leggera; nei sandali che andavano bene ieri, bagnati fradici oggi.

Il battello si muove dentro Venezia. Venezia coi suoi monumenti, Venezia sempre uguale, nei secoli dei secoli, Venezia troppo piena eppure sempre più sola. Turisti passeggeri i suoi amanti; i suoi abitanti, i veneziani veri, sono madri gelose.

Si muove il battello sul Canal Grande: un attracco dietro l’altro, si procede a poco a poco. Continua salire, la gente, a scendere quasi per niente. A destra il Palazzo Ducale, l’antica gloria ancora sul mare, ancora lì a dominare. Si attracca, si parte: la barca naviga piano. Sempre più stretta, sempre più varia, più rumorosa l’umanità. Persone diventano gente, la gente diventa una folla.

Si sta stretti a bordo, si stringe la gente. Una folla, piccola e stretta, tutt’intorno a me, che intanto guardo fuori dal finestrino. San Marco, i giardini alla destra. Ma ecco, a sinistra… eccola enorme, bianca, nera, solenne, marmorea, rotonda, sublime, imponente Madonna della Salute, presenza sul grande canale, che incombe, che veglia, ammonisce, sorveglia. Il battello si muove, al rallentatore. L’immagine scorre davanti ai miei occhi, di colpo son sola, l’immagine scorre. E’ come la scena di un film. Scivola lenta, l’immagine, piano, ed io sono dentro ad un film.

(Inserito il 23 agosto 2013)

Live social: take the bus

Muoversi con i mezzi pubblici nel nostro Paese non è la più entusiasmante delle esperienze: talmente vero da suonare come un’ovvietà.

Io e mia sorella, però, non ci perdiamo d’animo. La Pianura Padana alle nostre spalle, la montagna davanti a noi, il tutto in una pratica mezza giornata di viaggio.

Salendo sul convoglio Trenitalia, il capotreno ci incoraggia: “Seconda e quarta carrozza hanno l’aria condizionata, le altre no. Scegliete.” Al 10 d’agosto la scelta non va certo meditata, saliamo sicure sulla seconda carrozza. Non serve nemmeno sederci per capire che condizionata riferito a quell’aria è una parola decisamente troppo grossa e dettata dall’orgoglio aziendale, o forse dall’onorevolissima intenzione di non fiaccare i nostri animi di fronte alle due ore e mezza che ci aspettano in quella calura.

L’aria condizionata di Trenitalia era uno straordinario esempio di comfort in confronto a quella del bus preso più tardi ormai a ridosso delle Dolomiti. Meno male che avevamo già lasciato la pianura e la temperatura era, almeno in teoria, un po’ meno soffocante anche fuori.

Muoversi con i mezzi pubblici, in Italia, non è entusiasmante, in particolare d’estate.

Ma ecco che una gentile e robusta signora moldava (anche se, ce ne scusiamo, la sua nazionalità precisa e reale ci sfugge), mossa a compassione comincia a sbuffare dietro la nostra testa. Che desideri entrare nell’inquadratura del nostro autoscatto in maniera originale o che abbia i suoi pensieri, il suo ci pare un comportamento quantomeno singolare.

Annixedda e sua sorella. Autoscatto

Annixedda e sua sorella in bus. Autoscatto

Fatto sta che l’autoscatto ci regala questo meraviglioso momento di fotografia e che al terzo “Fa caldo, che caldo” di mia sorella , la signora ci spiega l’arcano dicendo: “Io fa vento, per te…”

Ringraziamo e sorridiamo. Onestamente perplesse.

La foto (quella con le facce dentro l’inquadratura) l’abbiamo uploadata in tempo reale, ma l’essenza del nostro vivere social, in quel momento, aveva l’alito di una buffa signora moldava e i mille odori di un bus affollato alle sei di un pomeriggio di sole.

Un mattone + una crepa fa una storia

L’anno scorso, in Emilia, c’è stato un disastroso terremoto. Lo sapete. Una scossa piuttosto violenta è stata di notte. Personalmente sono schizzata fuori dal letto, pregando e pensando che durava una vita. Non credevo realmente di essere in pericolo, ma mi chiedevo dove fosse il terremoto. E come stessero loro, ovunque il terremoto fosse. In mano avevo il cellulare, ma non gli occhiali. Se avessi dovuto abbandonare casa sarei stata completamente cieca.

Non molto tempo dopo c’è stata un’altra scossa, in mattinata. Quel giorno ero a lezione in uno dei palazzi storici della nostra città. Una delle lezioni più noiose, inutili e boriose della mia intera esistenza. Se il palazzo ci fosse crollato sopra la testa, non avrei avuto nemmeno la soddisfazione di pensare “almeno ne è valsa la pena”.

Quei giorni, non molti sono stati gli edifici intaccati a Padova. Il palazzo storico in cui mi sono trovata è stato chiuso (e i lavori sono in corso finora) ma il terremoto non ha fatto danni, ha solo costretto a fare dei controlli. Un altro è stato la Basilica del Santo. Solo un pezzo di cielo blu, caduto da una volta: un buco che mi fa pensare ai crolli del 1997, ad Assisi. Ma il Giotto di Padova non subisce danni.

Il terzo edificio è una chiesa, quella di Santa Lucia, il centro di uno dei quartieri storici di Padova. Una crepa di 4 metri, centimetro più, centimetro meno. Da allora, la mia meta preferita ogni volta che ho ospiti padovani.

Questa è la storia di un terremoto. Ed è la storia di una serata passata ad alzare il naso nelle strade che di solito facciamo di corsa.

Campanili senza chiese. Mattoni, bifore e torri. Palazzi-torre di 20 (?) piani accanto a residenze medievali. Piazze razionalissime sopra (al posto di) fittissime residenze medievali. Oscar Wilde, tante parole. E una brezza leggera.

 

Sulle fiamme e sul Maestrale

Domani, Sorella, ti alzerai sopra la nostra terra. Una terra più bruna che verde, più accidentata che morbida, più arida che tenera. Ti alzerai in volo su questa Terra che è la nostra per il sangue ma soprattutto perché il tempo ce l’ha fatta riconoscere come tale. Anche se solo per poco, domani, ti staccherai da lei.
Volerai sopra di lei, e la vedrai, dura Madre Terra distesa sul mare e sotto il cielo. Ma non sarà l’azzurro che ti riempirà gli occhi, domani, né il giallo di questa stagione. Sarà il nero del carbone, il tetro colore di ciò che rimane, sarà il grigio della cenere. Li guarderai, incredula, anche per me. Piangerai i boschi e le bestie. Ma, soprattutto, piangerai l’Uomo, folle e incapace di pietà fino a questo punto.

C’era una volta un ronin…

Per quattro giorni un intero villaggio ha creduto che solo lui potesse sconfiggere una fatale minaccia.

Dopo ha vinto la minaccia.

Ma il ronin ha sentito che le speranze riposte in lui erano reali. E a volte riuscire o no dipende da un tiro di dadi.

E da quanta pietà o amore riescono ad ispirare i nostri atti…

 

http://www.narrattiva.it/kagematsu

Notte. Capitolo 2

Più della zanzara potè il tarlo.

Notte. Una storia in sei parole

Più del caldo potè una zanzara.