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Ogni giorno, una storia. Una storia al giorno. Come le mele.

Categoria: Recensioni

Una dietro l’altra…

Caspiterina! Come dicono in Veneto: il sole mangia le ore!

E sembra proprio che io sia in arretrato di ben 4 storie negli ultimi giorni. E allora eccole, una dietro l’altra, come le ciliegie.

1) La storia di domenica 1 settembre: Rilettura e cucina dei carciofi

2) La storia di lunedì 2, e questa è la migliore: “Lettera all’anonimo autore di questa lettera lasciata sulla mia macchina

“La lettera che hai lasciato sulla mia macchina”

 

3) La storia di martedì 3… Missione Natura su Mangialibri.

 

4) E infine la storia di oggi: Sara e Tobia, anche se mi spiace non raccontarla direttamente.

 

Visto che ho trattato direttamente solo il 50% di questi testi, direi che pago pegno con una scusa.

La scusa è che a casa, in questi giorni, aspettiamo i pittori (ovvero gli imbianchini, per i non veneti). Il pittore doveva venire tre giorni fa. Circola voce che sia arrivato, che abbia predisposto il lavoro, ma che dopo aver messo piede in camera mia una forza misteriosa l’abbia risucchiato tra uno scatolone, le clave da giocoleria e un cumulo di vecchi rotoli di carta igienica tenuti da parte per le letture animate. Da allora se ne è persa traccia. Le ricerche proseguono frenetiche.

 

(Abbiamo toccato un record: questo post viene pubblicato in ben 5 categorie – e con il set di tag più incoerente della storia)

Un mondo immenso

C’è un giovane liceale, bello e sfacciato, anche se all’inizio non lo dà a vedere, che esce una sera, quasi per scommessa, per rimorchiare. Ed esce nella zona della città più frequentata da gay. Rimorchia, o meglio si fa rimorchiare dal più spregiudicato cacciatore che si aggira per quei locali. La storia di una prima volta.

Fatalmente, si innamora: comincia a tampinare il falco, scappa di casa, si fa ospitare dalla mamma del migliore amico dell’uomo che l’ha sedotto, in qualche modo riesce a diventare parte della sua compagnia e della sua vita.

Probabilmente anche il migliore amico è innamorato di questa creatura della notte (che ha un enorme successo – e quindi una marea di soldi – anche di giorno). Che forse non sarà innamorato, ma certo è geloso di lui. Si sente meno giovane, e a volte anche un po’ solo, ma non vuole rinunciare al suo “mondo immenso”.

Non è tutto qui, ovviamente, ma sarebbe impossibile raccontare in dettaglio una serie (per quanto breve, appena 20 episodi tra la stagione 1 e la 2) come Queer as Folk. La versione inglese, l’originale, è del 1999-2000. Se si tolgono schermi di computer larghi 50 cm, cellulari grandi come mani e grossi come polsi, e qualche reperto archeologico musicale (ma solo nella seconda serie) sembra girato ieri. E infatti ne esiste un remake americano.

In Italia (la fonte è Wikipedia, perdonatemi) fu La7 ad acquistarne i diritti, per poi non mandarlo in onda. Comprensibile comunque, la serie è realmente abbastanza esplicite. Ma pensateci: noi in quegli anni guardavamo Dawson’s Creek.

Un assaggio? Ecco a voi. (Dedicato a tutti i dipendenti dal cellulare e, ovviamente, ai sentimentali).

Heroes, teenage drama (movies and books)

(coming soon)

Vita di Pi, se il Piccolo Principe si può scrivere di nuovo

Tre sezioni ben distinte, ciascuna con un suo senso compiuto. Nella prima, il protagonista crea a tutti gli effetti il suo personaggio: Piscine Molitor Patel inventa Pi. E Pi è davvero un personaggio: quando si mette alla lavagna a scrivere il suo nome seguito dal magico 3.14, quando frequenta tutte le chiese a sua disposizione incurante di qualsiasi conflitto di interessi, quando apprende che il padre smantellerà lo zoo che gestiva e che lui, con la famiglia, lascerà l’India per il Canada. Un adolescente come tanti, speciale ed unico come ciascuno.

La seconda parte è di mare e di forza di volontà. Simile al Cavaliere Inesistente di Italo Calvino, naufragato nel Pacifico, Pi non può continuare ad essere se non grazie alla volontà di resistere. Perfino se sulla barca col naufrago ci fosse una vera tigre, il feroce Richard Parker.

La terza parte si propone di mantenere la promessa del prologo: quella di Pi vuole essere una storia che fa credere in Dio. In sostanza, tira le somme della storia ricordando che è responsabilità di ciascuno decidere in cosa credere.

Una favola, un romanzo d’avventura, una storia allegorica? Forse tutte queste cose assieme. Ben documentato, realistico al punto da spingerci ad immaginare fatti di cronaca, spunti di realtà, testimonianze d’epoca. Eppure la fonte dichiarata è un altro romanzo, la Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante (Max and the Cats, 1981) di Moacry Sciliar.

Cosa in questo libro mi ha fatto pensare di trovarmi di fronte ad un nuovo Piccolo Principe? Senz’altro la cornice di verosimiglianza, la veste di cronaca, anzi di diario, il racconto di una vita che produce senso senza mai mettere in dubbio la realtà di quanto si dice. E’ la coerenza del racconto a certificare la verità della storia, non la sua probabilità. Ma il paragone nasce soprattutto da un’altra sequenza.

Dovevo domarlo. Fu in quel momento che me ne resi conto. Non era una questione di me o lui, ma di me e lui. Eravamo, letteralmente e metaforicamente, sulla stessa barca. Saremmo vissuti – o morti – insieme. Avrebbe potuto essere ucciso in un incidente, oppure spegnersi naturamente, ma era stupido far conto su eventualità del genere. Molto più probabilmente sarebbe accaduto il peggio: il passare del tempo avrebbe fornito la prova della sua superiorità. Solo domandolo avrei potuto sperare di ingannarlo, facendo in modo che morisse per primo… se si doveva arrivare a questa triste eventualità.

Ma c’era dell’altro. Sarò sincero: una parte di me era contenta dela presenza di Richard Parker. Una parte di me non voleva assolutamente che Richard Parker morisse, perché allora sarei rimasto solo con la mia disperazione, nemico ancora più temibile di una tigre. Era Richard Parker a darmi la volontà di vivere. Impedendomi di pensare continuamente alla mia famiglia e alla mia tragica situazione, mi spingeva ad andare avanti. Lo odiavo per questo, ma allo stesso tempo gliene ero grato. Gli sono grato. E’ la pura verità: senza Richard Parker, non sarei qui a raccontare la mia storia.

(Yann Martel, Vita di Pi, traduzione Clara Nubile, Piemme 2004)

Chi, de Il Piccolo Principe, non ricorda il brano della volpe? “Addomesticare vuol dire creare dei legami”. Creare una situazione riconoscibile, in cui siano chiari i ruoli. In cui chi addomestica ha la responsabilità di ciò che viene addomesticato. Con l’intensità che solo la situazione di una lotta per la sopravvivenza potrebbe generare, Yann Martel riscrive quella pagina, facendo poggiare buona parte del romanzo su una relazione di questo tipo. Senza trascurare nessun aspetto concreto: la fame, la paura, il dominio.

Anche altri sono i punti comuni ai due libri: dove Il Piccolo Principe si schierava contro la mancanza di fantasia degli adulti, Vita di Pi smaschera il vuoto di un’assenza di fede; alla logica dell’utile entrambi oppongono quella del possibile. Non senza retorica, certo, ma è anche grazie alla retorica che si può gustare (e citare all’infinito) una buona storia.

(Inserito il 21 agosto 2013)