Di ogni cosa bisogna vedere la fine

di annixedda

Dunque, per queste ragioni e per desiderio di osservare il mondo, Solone, lasciando la sua città giunse […] a Sardi presso Creso. […] Dopo che ebbe veduto ed esaminato ogni cosa, quando gli sembrò opportuno, Creso gli domandò: << Ospite ateniese, la tua fama è giunta fino a noi, a dirci della tua sapienza e dei tuoi viaggi; e che tu, per amore del sapere, hai percorso molte terre, per desiderio di conoscerle; ora mi è venuta voglia di chiederti se hai veduto un uomo che fosse il più felice di tutti. >> Faceva questa domanda sperando di essere lui l’uomo più felice; ma Solone non lo adulò affatto e in tutta sincerità gli disse: << Sì, o re, è Tello di Atene >>. Meravigliato per la risposta, Creso gli domandò con interesse: << Perché ritieni che sia Tello il più felice? >> Ed egli disse: << Tello, mentre la sua città fioriva, ebbe figli bravi e valorosi e vide nascere i loro figli, che rimasero tutti in vita; e mentre era in condizioni di agiatezza, per quanto è possibile fra noi, incontrò una fine gloriosa […]. Il racconto di Solone, sulla grande fortuna di Tello, spinse Creso a domandargli chi vedesse secondo dopo di lui, certo immaginando che avrebbe ottenuto, almeno, il secondo posto. Ma Solone disse: << Cleobi e Bitone. >>  […] Solone assegnò dunque a costoro il secondo posto nella graduatoria della felicità, ma Creso, sdegnato, disse: << Ospite ateniese, a tal punto riduci a nulla la mia felicità, da non ritenermi degno nemmeno di uomini comuni? >> […]

<< Nel lungo trascorrere del tempo, molte cose si vedono che non si vorrebbero vedere, e molte anche si subiscono. A settant’anni, infatti, pongo il limite della vita per un uomo: sono venticinquemila e duecento giorni, senza contare il mese intercalare; se poi un anno ogni due sarà più lungo di un mese, perché le stagioni vengano al momento giusto, in settant’anni i mesi intercalari sono trentacinque, e i giorni di questi mesi mille e cinquanta. Di tutti questi giorni, che sono ventiseimila e duecentocinquanta, non ce n’è uno che abbia qualcosa di simile all’altro. Pertanto, o Creso, tutto nell’uomo è affidato al caso. Tu sei molto ricco – mi sembra – e sei re di molti uomini: ma quel che mi hai chiesto io ancora non te lo dico, prima di saper se hai compiuto felicemente la tua vita. […] Chi è molto ricco, ma infelice, supera il fortunato in due cose soltanto, quest’ultimo invece supera in molte chi è ricco e infelice; l’uno ha maggiori possibilità di realizzare un desiderio, e di sopportare una grave sventura che gli cada addosso, l’altro non può sostenere una sciagura e soddisfare un desiderio allo stesso modo del primo, però la buona sorte lo tiene lontano da queste circostanze; e poi è sano, non soffre malattie, non subisce disgrazie, ha bravi figli e un bell’aspetto. Se in aggiunta a questo finirà anche bene la sua vita, questo è l’uomo che cerchi, colui che è degno di essere chiamato felice; però, prima che sia morto, attendi, e non chiamarlo ancora felice, ma solo fortunato.

Avere tutto questo è impossibile per l’uomo, così non esiste una terra che produca tutti i frutti che le sono necessari: alcuni ne ha, manca di altri, e quella che ne ha di più è la terra migliore. Così, nessun singolo uomo basta a se stesso, ma di una cosa è provvisto e di un’altra ha bisogno.

[…] Di ogni cosa bisogna vedere la fine a cui giungerà; a molti, infatti, il dio ha lasciato intravvedere la felicità, e poi li ha abbattuti completamente >>

(Erodoto, Storie, 1, 30-32, Trad. Luigi Belloni, da Il regno di Creso, Marsilio 2000)

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