La poetica del piatto

di annixedda

Simile a quella di Giuditta è l’iconografia di Salomè.

La sua storia si esaurisce in 12 versetti appena. Dodici versetti e una frase memorabile.

C’è una madre, che è una donna. C’è un profeta, che fa quello che fanno tutti i profeti: rompe l’anima al suo prossimo. Ce l’ha con Erodiade, ed Erodiade – più ovvio di così? – ce l’ha con lui. Quindi, alla prima occasione, si vendica. La prima occasione è la danza di Salomè, figlia di Erodiade, di fronte ad Erode.

“Chiedimi tutto quello che vuoi.”

“Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni Battista.”

E tanto basta. Il profeta è decollato (cioè decapitato, non che prende il volo) con un semplice ordine. I discepoli ne seppelliscono il corpo e riferiscono a Gesù. Fine della storia. Non una lacrima, non un singulto. Se c’è un dispiacere qualunque è quello dello stesso Erode, che in fin dei conti non voleva uccidere quello che il popolo considerava un profeta.

Noiosa quasi quanto il dipinto di Tiziano.

Tiziano, Salomè

Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista

(Matteo, 14,8, Traduzione CEI)

Fortuna che di Salomè ce ne sono anche altre

(Fortuna, anche, che ci rimane tempo per leggere ancora, per capire meglio: ecco i compiti per casa.)

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